Prendi un gabbiano, uno tra milioni, uguale a tutti gli altri, ma inconfondibile, forse perché se ci pensi bene ti sembrerà di conoscerlo. Ora pensa a quel gabbiano disperso in un oceano immenso, un mare che spaventa perché, lì, lui si sente completamente solo. Ed è davvero così: è solo, ha intrapreso un viaggio molto lungo, eterno quanto lo può essere una vita. Puoi sentire ora la paura di quell’uccello davanti al mondo, nel bel mezzo di un volo di cui non vede la fine, senza sapere dove arriverà, se arriverà e soprattutto cosa ci sarà una volta toccata terra. -Cosa?- - L’amore, la solitudine, la felicità…?-
Ora pensa ad un’eternità di minuti che passano lenti e lasciano un solco nel cuore del gabbiano, grattando via, un poco alla volta, briciole di speranza. Lui lotta, crede nel futuro, combatte per avere fiducia, ma un giorno, non sa neanche come, comincia a sentirsi sempre più stanco…vorrebbe solo posarsi e smettere di contrastare quel vento così forte e semplicemente vivere senza più paura, almeno per un po’. Ma non può, non c’è nulla nel cuore dell’oceano, nessun appiglio. Puoi capire ora perché il suo dolore si fa ogni istante più forte e perché, ora, le sue ali diventano lentamente pesanti?
È difficile volare, soli, con l’unica fragile speranza di un arrivo a una meta che forse non esiste. Prova a immaginare uno scoglio, inaspettato e improvviso, nato nel cuore di quell’immensità di acqua. Un appiglio dove questo gabbiano può e vuole fermarsi.
Uno scoglio che lui impara a conoscere giorno dopo giorno, a cui vorrebbe solo poter dire “grazie” in una lingua comprensibile a quella strana “apparizione”.
Così minuto dopo minuto passato su quella roccia diventa qualcosa di speciale, qualcosa che permette a quel gabbiano di recuperare le forze. E nel suo cuore torna il sorriso, riscopre la voglia di affrontare la vita, il suo eterno viaggio, perché ora sa che ci sarà sempre quello scoglio pronto ad alleggerire, forse inconsapevolmente, quelli che lui vive come problemi. E nel suo cuore torna la voglia di riprendere il volo.
Ti sembra possibile credere che quell’uccello considerasse quello scoglio un amico, nonostante avesse imparato da poco a conoscerlo? Io sono convinta che sia stato così, che sia ancora così, e che quel “grazie” avesse raggiunto nel profondo quella dura roccia, e che lei pur restando impassibile, forse imbarazzata, avesse, di nascosto, sorriso. E so anche che prima di riprendere il volo nel cuore del gabbiano scese una lacrima, che ora non lavava più via una fragile forza, ma che suonava come una preghiera: “non stancarti del mio ricordo, di me, anche se siamo e saremo lontani, ti prego”.
Prova a capire quel solitario viaggiatore, “solo” per natura e per l’impossibilità di dividere la sua vita con qualcuno che non lo meritasse, che scoprì l’essenziale necessità di un appiglio e la meravigliosa scoperta di un nuovo amico… puoi?
Quel gabbiano e quello scoglio siamo IO E TE.
© 2007 Lisa Malagò. Tutti i diritti riservati.
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