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Andrea P. “Il disegnatore di Nuvole”

Si divertiva sempre come la prima volta nel vedere quelle strane facce concentrate su un cielo troppo vasto per essere osservato tutto. Era una cosa che proprio lo incuriosiva. Queste facce all’insù nell’intento di decifrare cosa potesse rappresentare quella nuvola, cosa l’altra. E poi i litigi, le prese in giro…
-“Una barca, sì una barca a vela!” “Ma che!!Un aquilone!!Non lo vedi che è un aquilone??”
Quanto gli sarebbe piaciuto dire la sua. Ricordava come molti anni prima loro due fossero in uno di quegli stessi prati, il sole negli occhi e l’unico pensiero di amarsi. Era un pensiero doloroso, in alcuni momenti insopportabile, raramente piacevole.
Poi smetteva di dilungarsi in simili intrecci e riprendeva.
Tecnicamente sarebbe potuto essere un qualunque pittore, uno tra tanti. In una vita passata lo era stato, nella vita con lei. Ma erano passati così tanti anni che ormai era tutto troppo lontano. Troppo.
Pensò che se il rapporto tra una mano che impugna un semplice pennello e una tela bianca era più difficile di quanto si pensasse, quello tra lui e l’infinto che gli si presentava davanti era qualcosa di indescrivibile. Quei centimetri bianchi, pronti a perdere la loro purezza e a rivestirsi di nuovi abiti non erano nulla a confronto del
cielo.
Tecnicamente sarebbe potuto essere un qualunque pittore, in realtà non lo era. Aveva smesso di esserlo nonostante la sua volontà di restare aggrappato a quella vita, a lei. Un giorno, senza che lo potesse prevedere si addormentò e da allora non aprì più gli occhi, anche se il suo cuore non smise mai di battere.
Tecnicamente lo chiamano “coma traumatologico”, in poche parole si spiega con una macchina schiantata in un fosso alle tre del mattino. Una stanchezza imperdonabile, che ti ruba tutto, anche la vita. Per lui non era stato così…non ancora. Lui c’era, lo sapeva e lo sentiva, eppure il corpo era come intorpidito da un lungo sonno. Vorresti urlare al mondo che ci sei, ma non ne sei in grado.
Ora ti chiedi come lo spieghi quello che ti sta succedendo: ti chiedi come possa essere anche solo immaginabile. Una vita ce l’hai, ma è come se non esistessi, almeno non più. Tu vedi, pensi, parli, respiri e agisci. Eppure nessuno se ne accorge. Perché?? E l’unico modo che hai per gridare è fare quello che solo tu sai fare: dipingere quel cielo, sfogarti con una mano alzata e dar corpo così ad ogni tuo pensiero. Ed è qualcosa di strano, qualcosa che tecnicamente non sai spiegare, qualcosa che in poche parole si spiega così: sei un disegnatore di nuvole.
Così, muovendo semplicemente il tuo dito, crei soffici mantelli di nuvole, quelle che quei giovani su un prato si divertono ad indagare, senza sapere che quelle nuvole sono la tua anima.
Il disegnatore di nuvole.
Non sai come sia successo. Non sai neanche da quanto sei lì…i giorni si scandiscono con il sole, ma tu crei nuvole, attorno a te non c’è nulla, solo un denso buio. Grigio fumo. Fumo grigio. Sai che vorresti staccare quei chiodi che ti bloccano il corpo, quelli che ti tengono lontano dalla tua vita, quella con lei, ma non sei in grado. Come quando appena sveglio non sai raccogliere le forze per alzarti dal letto, tu, impotente, squarci il cielo con la tua anima: le nuvole.
Perché a te? Non lo sai…forse è il destino che spetta a tutti…forse non sei così solo e in quel buio un giorno riconoscerai una figura amica. Forse. Per ora l’impotenza ti divora e tu sai solo dipingere il cielo. Chissà come…
E malinconico alzi ancora una volta la mano, dando vita a un vento caldo che lentamente prende corpo, acquista consistenza, dando vita a una nuova parte della tua anima, nell’attesa di rincontrare lei. Non vivi per altro, mentre lotti per tornare alla vita e riconquistare il tuo mondo. Ma quello che non sai è che in quella macchina, alle tre del mattino si spense la sua luce. Lotterai per tornare da lei, forse vincerai tu, ma quel che è certo è che non la troverai. Vedi il mondo accanto, quello a cui tu mostri le tue nuvole, riconosci gli innamorati nei prati, gli uccelli in cielo, le valli e le case…
Eppure l’unica cosa che potrebbe ucciderti e così facendo salvarti ti è proibita. No, non lo sai…non sai che lei non c’è più e ora altro non è che quella bianca schiuma che fa parte di te. Soffice creatura tra le tue mani, quella mattina perse la vita, tra le lamiere contorte della tua distrazione. Non lo puoi sapere, perchè chiudesti i tuoi occhi alla vita nello stesso istante in cui il suo cuore smise di combattere. Ma l’amavi. E la tua anima era troppo legata alla sua per non spezzarsi. Così beffardo il destino si prende gioco di te e mentre tu vorresti fuggire da quell’infinita mareggiata di nuvole di colori e fattezze senza fine, lei scorre nel tuo corpo, amandoti come mai prima di allora. Cercando disperatamente di dirti chi è, quanto ti desideri anche così, anche ora. Nonostante quella mattina alle tre la stanchezza avesse fregato te, senza pietà per la vita che ti sedeva a fianco. E tu vorresti tornare da lei, fuggendo inconsapevolmente dall’unica ragione che ti tiene ancora in vita. E se ci riuscissi dovresti dirle addio. No, tu non lo sai…non lo sai che alla vita manca sempre qualcosa per essere perfetta. Forse lo scoprirai.
Lei cerca di dirtelo, di mostrarsi a te…e stasera crei, insolita, una nube color del tramonto, quello che illuminava i vostri volti l’ultima volta che hai ricordo dei suoi lineamenti. Non sai perché, ma sai che anche se non vedi la risposta, comunque c’è. E quell’arancio irrompe dolcemente nell’oscurità del tuo cielo e del tuo cuore, scaldandoti l’anima. Come ogni singolo istante in cui lei ti era accanto, come se lei fosse lì…. Dove?
E’ la storia di una vita, di una fuga e di una rincorsa…eterna quanto lo può essere una vita: quanto durerà?
Il disegnatore di nuvole questo non lo sa.

 

GRAZIE ad Andrea per l’immagine.

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