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A volte ho la netta sensazione di amarti troppo per aspettare il trascorre di un’intera vita. Troppo per ponderare i gesti e le parole, per lasciare che la ragione mi faccia aspettare l’ora e il minuto esatto. A volte è così, in un turbinio di risate, sorrisi, lacrime e separazioni vorrei solo stringerti in un abbraccio, cacciando ogni minima forza che mi faccia “aspettare”.
Mentre attendo che sia il momento, quanto perderò? Quanto del mio tenace amore andrà perduto? Forse stanchi della vita ci perderemo in inutili clichè…
Guardo la mia mano nella tua, le vene e le pieghe che ne nascono…guardo quell’immagine e ti penso eterno, amore. Così, due mani incatenate da una gancio la cui rottura non è programmata, eppure dovrebbe.
A volte sono semplicemente stanca di non potermi lasciar andare, di non poter soffrire un giorno nell’aver sbagliato.
A volte sono solo sfinita dal gioco dell’attesa, che si beffa dei miei sentimenti senza che io possa aggiungere un “per sempre”.
Mi chiedo, ogni giorno che passa al tuo fianco, quanto potrò essere sicura che la vita non ti ruberà a me per una qualsivoglia volontà mia, tua (o di chi?) e mi rispondo che forse mai lo sarò, piacevolmente rassicurata da un destino che non è dato sapere. Mi interrogo allora sul perchè la giovinezza non possa essere vissuta così, per quel turbinio di impulsività che porta con sè. Perchè non possa essere me, amarti come vorrei per perdermi in quel vortice che lentamente mi toglie il respiro.
Si può amare così? Forse non è amore perdermi nei tuoi occhi senza altro rifugio, annullarmi nell’attesa di un Noi solo nostro. Eppure scende un brivido lungo la schiena nell’immaginare il preciso momento in cui diverrai l’uomo della mia vita in un tempo diverso da quello dei miei sogni.
Ti amo, così tanto da sperare di perdere il senno e abbracciarti a me in un istante infinito. Tanto da vederti uomo, marito e padre del mio futuro, senza ritegno, senza considerazione e senza freno. Dritta verso un sogno che non so ancora afferrare ma che prego di poter realizzare.
Si può perdere un’ora di sonno per un qualcosa scritto bene…se ne possono perdere anche due per qualcosa scritto per te. Non so quanto le mie dita abbiano realmente voglia di comporre la loro ipnotica melodia di tasti leggeri…suonano stanchi questa sera…suonano in silenzio, in uno spazio lasciato vuoto all’eco di nessuno.
Sto leggendo un libro, un libro importante, un libro che mi immagino essere un paio di occhiali per leggere dentro di me…il risultato è che per la prima volta mi sforzo di scrivere, mi sforzo di non far finire queste poche righe nel mucchio di pensieri non pubblicati. Lo faccio per me, più che per voi. Lo faccio per sentirmi ancora ancorata a questa terra, a questa vita. Lo faccio per sentirmi padrona del mio tempo, padrona di me. E mi sento così imperfetta e così infastidita, tesa e irrigidita nello sforzo di riprendermi quel mondo che esiste anche se illuminato dalla luce dell’amore. Strano come questa potente malattia riesca a cancellare dalla memoria ogni tua individualità. Il pensiero di ciò mi fa arrabbiare, vergognare, il più delle volte rassegnare…e ancora non capisco.
Ho pensato che avrei voluto chiudere questo capitolo, tornare a vaneggiare leggera nel silenzio di un posto solo mio, in cui essere segretamente libera di dire anche ciò che chi mi ama non vorrebbere sentire dalle mie dita sottili. Non voglio ferire, ma voglio parlare. Ho pensato che avrei voluto chiudere questo capitolo, tornare a vaneggiare leggera senza meta e senza responsabilità, senza scoprirmi a nessuno, libera di essere come sono…senza un perchè.
Vorrei essere me stessa. Devo essere me stessa. Non riesco ad essere me stessa.
Vorrei cancellare questo grigio che mi ha avvolto, tornare a respirare e fare di quel libro importante un paio di occhiali da sole, perchè dentro torni una luce abbagliante.
Voglio essere libera di non essere perfetta, libera anche solo dall’idea. Libera di riempirmi di sentimenti negativi perchè (cazzo) sono anche quelli umani, per svuotarmi e ricostruirmi ogni volta che ne senta il bisogno.
Vorrei che le cose non tornassero a posto, vorrei abituarmi al disordine della vita senza sperare che torni tutto come quando non si piangeva mai, perchè anche allora si piangeva lo stesso.
Vorrei tornare davvero a passare notti intere appesa a una tastiera, attaccata a una chitarra, stretta a un libro o una canzone. Vorrei lasciarti ingabbiato per novanta minuti senza soffrire di stupidità. Vorrei lasciarmi per novanta minuti senza impazzire di instabilità.
Ho voglia di qualcosa di diverso, che resti perfettamente uguale come tutto è.

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