Da più parti viene ricordato che viviamo in un tipo di società postindustriale. Che cosa significa? Significa una società nella quale i cambiamenti avvengono con grande rapidità; nella quale le tecnologie in continua evoluzione modificano senza sosta i modi di studiare , lavorare , produrre, comunicare. È una società nella quale tutto e tutti sono diventati più precari, nella quale aumenta di conseguenza l’insicurezza psicologica.

È una società in cui è destinato a vivere meglio chi ha alte capacità personali e professionali, chi sa padroneggiare il mutamento continuo, innovando a sua volta. Vince, insomma, chi ha molti strumenti per affrontare in modo creativo una realtà in continua evoluzione.

I sociologi sono concordi nell’affermare che in una società di questo tipo i giovani rappresentano un anello debole.

Essere “giovani” alle porte del 2009. Sembra ormai diventata una scommessa azzardata quella sul destino di noi giovani, posti continuamente sotto la lente di una società postindustriale molto attenta al futuro ma poco al presente, quasi ci si fosse dimenticati che adulti si diventa e non si nasce. La rapidità con la quale, negli ultimi decenni, sono mutati stili di vita e modi di pensiero è decisamente impressionante. Nulla al giorno d’oggi sembra acquistare importanza: tutto passa e se ne va’. La tecnologia si evolve in continuazione, i lavoratori non hanno sicurezze, la comunicazione è sempre più frammentaria. Se si pensa poi che i cosiddetti progressi della nostra società sono le stesse cause di un’attuale difficoltà generalizzata a costruirsi un’identità e un futuro stabili, le contraddizioni del nostro secolo appaiono molto evidenti.
In un panorama complesso e frastagliato come questo, ai giovani si affidano aspettative e speranze decisamente impegnative da rispettare, soprattutto se si pensa alla difficoltà che gli stessi incontrano nel realizzarsi e affermarsi. Questo perché, rispetto a soli cinquant’anni fa, il moltiplicarsi di opportunità ha prodotto effetti considerevoli, perché nel molto ci sta il buono ma anche il cattivo, il brutto ma anche il bello, l’utile e l’inutile, il successo e la sconfitta. Così, se per i nostri genitori molto spesso studiare dava la garanzia di realizzare i propri sogni, oggi quello che resta, invece, a noi è un orizzonte infinito di possibilità, ma l’effettiva difficoltà nel credere di diventare quello che sogniamo. Tutti vorrebbero, ma pochi ce la faranno. E questa diffusa considerazione porta con sé una complessiva sfiducia nel futuro, la ricerca di qualcosa di diverso da quello che poteva volere la generazione precedente alla nostra. Abbiamo di più e vogliamo di più, ma non sempre siamo pronti a impegnarci per quello che desideriamo: non siamo una generazione di combattenti, né di idealisti o rivoluzionari. Siamo nati e avevamo già tutto, e quello che non avevamo c’è stato dato: internet, tv, telefonini, alcol, discoteche, droghe… Senza fermarsi a riflettere su cosa era davvero necessario e cosa no, senza coltivare l’aspetto più importante per un ragazzo: la famiglia. Così la sfera privata si è sempre più costruita su rapporti fragili e complessi, fortemente influenzati dai cambiamenti degli ultimi anni, anni in cui il Natale si passa con mamma e il Capodanno con papà. Il punto, quindi, non è se i giovani d’oggi siano abbastanza svegli e pronti da adattarsi con flessibilità al mondo che li circonda e al futuro che gli attende, perchè è indiscusso che perfino un bambino oggi sappia spedire sms e scaricare mp3. La questione è, invece, se essi avranno gli stimoli e la voglia di sfondare, anche a costo di sacrificarsi, senza continuare a dare tutto per scontato, riscoprendo la necessità di leggere un libro senza scaricare il riassunto dalla Rete, di andare avanti anche quando la competizioni e le opportunità scarseggiano, di continuare a voler sognare di fare i dottori, gli scrittori, i ricercatori, anche se di dottori, ricercatori e scrittori il mondo è pieno. Non siamo, quindi, noi l’anello debole, ma è la stessa società e il suo sistema capitalistico post-industriale a esserlo, per la sua stessa natura evolutiva: tutto cresce e tutto evolve, i più deboli sopperiscono. In questo cornice interpretativa è evidente, allora, che non tutti i giovani potranno raggiungere il loro obbiettivo, soprattutto perché le condizioni non sono più favorevoli come quelle di una volta. Ma questo non vuol dire che i giovani stessi non si impegnino e si migliorino per, almeno, provarci. E questo è vero nel campo lavorativo come in quello della vita sociale, del viver comune. Le continue notizie che si leggono sui giornali sono l’effetto di un interesse massmediatico crescente per quello che riguarda il mondo dei giovani, interesse volto a sottolinearne le debolezze, senza individuarne le cause, che risiedono in gran parte in un mancato sistema valoriale solido. Cercare di costruire una società flessibile, allontanarsi dalla rigidità di sistemi lavorati e famigliari molto pressanti nei decenni passati, ha portato i giovani a una mancanza degli stessi e a un successivo disorientamento sotto molti punti di vista. Questo perché siamo noi chiamati a scegliere la nostra strada, cosa fare e come farlo, senza una vera guida, che sia scolastica, educativa o famigliare. Se si cercasse di imporre un modello più rigido e severo, e se si lasciasse scegliere ai giovani nel momento in cui essi saranno in grado di farlo, si eviterebbe di lasciarli allo sbando in una società che non si cura di loro. Sarebbe il caso di dire: “una volta era molto meglio”: la scuola era più seria, la famiglia più solida, la moralità più delineata. Ciò non implica intervenire sulle libertà personali di ogni ragazzo, ma sull’imprinting culturale ed educativo che ognuno di noi dovrebbe avere, che giri con piercing e tatuaggi, oppure no. E’ la testa quella che non deve mancare.
E se mi metto a riflettere su ciò che mi circonda, mi rendo conto della difficoltà di un mondo di ragazzi poco consapevoli di ciò che li circonda. Una difficoltà che però può venire superata, che molti vogliono superare, per continuare a pensare di poter diventare dottori nonostante il numero chiuso nelle università italiane, scrittori nonostante la crisi del mercato dell’editoria e qualsiasi altra aspirazione ognuno di noi possa coltivare.