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In ascolto su onde medie
eccomi a Te,
che rigido tendi i tuoi muscoli
con occhi di duro nòcciolo.

In ascolto di Me,
dove anche la più piccola smorfia
ha il suo perchè.
E tu lo sai.

In ascolto di Te,
con occhio velato
ricerco le emozioni che
accendo nelle tue parole,
pregando di non farti male.

E, infine, in ascolto di Noi.
Uniti da una forza che mi fa dolcemente male,
una tenacia che sa di Te
in lotta contro una paura che profuma di Me.

NOI. Mentre tu mi guardi e io piango.

NOI. Mentre ti racconto di un’anima grigia,
che tanto pulita non è.

NOI. Mentre, a lente parole, come pennellate,
tu ridipingi quel mondo che,
un pittore distratto,
ha lasciato in bianco e nero.

Violet gravity – violent gratification
Andrea Pallacci

La forza di gravità è solo un modo per ricordarci che il peso del mondo è
fisso sulle nostre spalle…

Nascosta,
nelle tenebre, anche se immensamente splendete per sua natura…
Un faro sommerso,
che indica la strada…
Fragile da toccare e maneggiare,
ma prfettamente liscia da non riuscire a fare altro…
Perfetta,
come la sfera, da qualsiasi angolatura tu voglia guardarla…
Forte,
per sopportare tutto il peso di un mare sopra di lei…
Unica,
tra milioni di altre, perchè nessuna ha il suo profumo…
Piccola,
nell’immensità dell’oceano, ma più importante di qualsiasi altra…
Bianca,
come il candore che ti appartiene…
Bellissima,
da non volertene separare…
Così preziosa da credere che il mare sconfinato sopra di lei sia il tuo amore che la tiene al riparo da qualsiasi cosa…

A.G.

Into the deep of my blue,  Andrea Pallacci

Amo la profondità del nostro mare,
quell’infinito che tocchiamo ogni giorno
guardandoci negli occhi.
Amo quelle tue parole
che tagliano come coltelli
lasciando spazio a una speranza
anche per le mie debolezze.
Amo quel nostro legame
così stretto da spingermi giù
nelle profondità di me stessa
con un amore che da ossigeno alla mia essenza.
Amo quella sensazione di smarrimento
quando i miei occhi incontrano le tue parole
e il mio cuore cessa di vivere d’orgoglio
imparando a nutrirsi anche di sbagli.
Amo mille cose di noi,
senza volerne cancellare nessuna
perchè il bello si mischi al brutto,
la luce al buio,
in una profondità che, suppur a mezza voce, chiamo
Amore.

Da più parti viene ricordato che viviamo in un tipo di società postindustriale. Che cosa significa? Significa una società nella quale i cambiamenti avvengono con grande rapidità; nella quale le tecnologie in continua evoluzione modificano senza sosta i modi di studiare , lavorare , produrre, comunicare. È una società nella quale tutto e tutti sono diventati più precari, nella quale aumenta di conseguenza l’insicurezza psicologica.

È una società in cui è destinato a vivere meglio chi ha alte capacità personali e professionali, chi sa padroneggiare il mutamento continuo, innovando a sua volta. Vince, insomma, chi ha molti strumenti per affrontare in modo creativo una realtà in continua evoluzione.

I sociologi sono concordi nell’affermare che in una società di questo tipo i giovani rappresentano un anello debole.

Essere “giovani” alle porte del 2009. Sembra ormai diventata una scommessa azzardata quella sul destino di noi giovani, posti continuamente sotto la lente di una società postindustriale molto attenta al futuro ma poco al presente, quasi ci si fosse dimenticati che adulti si diventa e non si nasce. La rapidità con la quale, negli ultimi decenni, sono mutati stili di vita e modi di pensiero è decisamente impressionante. Nulla al giorno d’oggi sembra acquistare importanza: tutto passa e se ne va’. La tecnologia si evolve in continuazione, i lavoratori non hanno sicurezze, la comunicazione è sempre più frammentaria. Se si pensa poi che i cosiddetti progressi della nostra società sono le stesse cause di un’attuale difficoltà generalizzata a costruirsi un’identità e un futuro stabili, le contraddizioni del nostro secolo appaiono molto evidenti.
In un panorama complesso e frastagliato come questo, ai giovani si affidano aspettative e speranze decisamente impegnative da rispettare, soprattutto se si pensa alla difficoltà che gli stessi incontrano nel realizzarsi e affermarsi. Questo perché, rispetto a soli cinquant’anni fa, il moltiplicarsi di opportunità ha prodotto effetti considerevoli, perché nel molto ci sta il buono ma anche il cattivo, il brutto ma anche il bello, l’utile e l’inutile, il successo e la sconfitta. Così, se per i nostri genitori molto spesso studiare dava la garanzia di realizzare i propri sogni, oggi quello che resta, invece, a noi è un orizzonte infinito di possibilità, ma l’effettiva difficoltà nel credere di diventare quello che sogniamo. Tutti vorrebbero, ma pochi ce la faranno. E questa diffusa considerazione porta con sé una complessiva sfiducia nel futuro, la ricerca di qualcosa di diverso da quello che poteva volere la generazione precedente alla nostra. Abbiamo di più e vogliamo di più, ma non sempre siamo pronti a impegnarci per quello che desideriamo: non siamo una generazione di combattenti, né di idealisti o rivoluzionari. Siamo nati e avevamo già tutto, e quello che non avevamo c’è stato dato: internet, tv, telefonini, alcol, discoteche, droghe… Senza fermarsi a riflettere su cosa era davvero necessario e cosa no, senza coltivare l’aspetto più importante per un ragazzo: la famiglia. Così la sfera privata si è sempre più costruita su rapporti fragili e complessi, fortemente influenzati dai cambiamenti degli ultimi anni, anni in cui il Natale si passa con mamma e il Capodanno con papà. Il punto, quindi, non è se i giovani d’oggi siano abbastanza svegli e pronti da adattarsi con flessibilità al mondo che li circonda e al futuro che gli attende, perchè è indiscusso che perfino un bambino oggi sappia spedire sms e scaricare mp3. La questione è, invece, se essi avranno gli stimoli e la voglia di sfondare, anche a costo di sacrificarsi, senza continuare a dare tutto per scontato, riscoprendo la necessità di leggere un libro senza scaricare il riassunto dalla Rete, di andare avanti anche quando la competizioni e le opportunità scarseggiano, di continuare a voler sognare di fare i dottori, gli scrittori, i ricercatori, anche se di dottori, ricercatori e scrittori il mondo è pieno. Non siamo, quindi, noi l’anello debole, ma è la stessa società e il suo sistema capitalistico post-industriale a esserlo, per la sua stessa natura evolutiva: tutto cresce e tutto evolve, i più deboli sopperiscono. In questo cornice interpretativa è evidente, allora, che non tutti i giovani potranno raggiungere il loro obbiettivo, soprattutto perché le condizioni non sono più favorevoli come quelle di una volta. Ma questo non vuol dire che i giovani stessi non si impegnino e si migliorino per, almeno, provarci. E questo è vero nel campo lavorativo come in quello della vita sociale, del viver comune. Le continue notizie che si leggono sui giornali sono l’effetto di un interesse massmediatico crescente per quello che riguarda il mondo dei giovani, interesse volto a sottolinearne le debolezze, senza individuarne le cause, che risiedono in gran parte in un mancato sistema valoriale solido. Cercare di costruire una società flessibile, allontanarsi dalla rigidità di sistemi lavorati e famigliari molto pressanti nei decenni passati, ha portato i giovani a una mancanza degli stessi e a un successivo disorientamento sotto molti punti di vista. Questo perché siamo noi chiamati a scegliere la nostra strada, cosa fare e come farlo, senza una vera guida, che sia scolastica, educativa o famigliare. Se si cercasse di imporre un modello più rigido e severo, e se si lasciasse scegliere ai giovani nel momento in cui essi saranno in grado di farlo, si eviterebbe di lasciarli allo sbando in una società che non si cura di loro. Sarebbe il caso di dire: “una volta era molto meglio”: la scuola era più seria, la famiglia più solida, la moralità più delineata. Ciò non implica intervenire sulle libertà personali di ogni ragazzo, ma sull’imprinting culturale ed educativo che ognuno di noi dovrebbe avere, che giri con piercing e tatuaggi, oppure no. E’ la testa quella che non deve mancare.
E se mi metto a riflettere su ciò che mi circonda, mi rendo conto della difficoltà di un mondo di ragazzi poco consapevoli di ciò che li circonda. Una difficoltà che però può venire superata, che molti vogliono superare, per continuare a pensare di poter diventare dottori nonostante il numero chiuso nelle università italiane, scrittori nonostante la crisi del mercato dell’editoria e qualsiasi altra aspirazione ognuno di noi possa coltivare.

Giulia dice che i problemi sono come i libri, come libri sulla testa che schiacciano per il loro peso e ovviamente fanno male.
Giulia dice anche che il mio di problema è quello di ascoltare mille voci in difficoltà e caricare sulla mia testa gli stessi volumi che gli altri portano addosso, quasi che quell’ammasso di pagine riuscisse a sdoppiarsi e finisse con il depositarsi sulla mia testa, schiacciando anche me.
Giulia dice anche che dovrei difendermi da quel pericolo, proteggendo me stessa da tutto quel dolore che come una pagina bianca io assorbo, quasi fosse inchiostro lasciato cadere sul foglio.
Giulia ha ragione, io sono così.
Ma alla natura, il più delle volte, non si comanda.

E così stasera soffro. Soffro perchè mi sento incapace di sollevare quel peso dalla testa di una persona che è parte di me, da una vita. Soffro perchè mi sembra di avere aggiunto un macigno sulla sua testa, privandolo di quella serenità che merita, pur senza averne alcuna intenzione. E’ un dolore che mi lacera, un dolore che non so evitare.

Posso solo esserti vicina, ammesso che tu lo voglia, accettando la tua rabbia, accettando il tuo dolore. Ma sapendo che non avrei mai voluto fare nulla che ti ferisse, pur avendolo, non so come, fatto.
Scusa.

La meraviglia di sapere che sei lì ad aspettare, stravolto, una buonanotte che la sorte non ti fa arrivare, svegliandoti alle due di notte per rispondermi che “non ti perderesti neanche un messaggio”,  perchè di me non vuoi lasciarti scappare neanche la più piccola cosa…ma, soprattutto, la mia assoluta certezza che è proprio come dici tu…
Incredibile come tu riesca a stupirmi ogni giorno di più…
Ti voglio bene, un mare

Ci sono stati giorni lontani in cui credevo nelle parole che ascoltavo, nelle mani che afferravo, nei baci che ricevevo.
Ci sono stati istanti in cui credo di essermi sentita felice.
Ci sono stati istanti in cui credo di esserlo stata.
Poi non lo so cosa è cambiato, quali mani hanno eretto il muro che tengo a mia difesa. Quello contro il futuro, quello contro i cambiamenti, quello contro la solitudine e la paura.
O forse lo so, e dare aria alle mie ferite mi fa cadere ancora più giù, dove nessuna mano riesce ad afferrare la mia. Non riesco a cambiare capitolo, o meglio, volto pagina, ma le costanti della storia restano impresse sulla carta bianca.
Credo vorrei cristallizzare tutto in un passato remoto, quando ancora non piangevo la notte davanti ad uno schermo muto.
Credo vorrei nascondermi in quella felicità incosciente, in quell’assoluta libertà di vivere gli altri, senza timore che cambi tutto, senza timore di dire… “.. …”
Credo rimarrò ancora una volta così, stringendo la mia mano nella tua, accanto a te che mi insegni a non cristallizzare niente perchè “niente è per sempre”, mentre io rimango aggrappata a un’idea di eterna felicità che la vita non può regalarmi.
E quando mi sembra vi voler donare ogni centimetro di me, quando mi sembra di poter ingabbiare quell’amore infinito che nascondo dentro, senza farmi alcun male, subito ritorno a sanguinare, senza un attimo di pace.
Ho paura. Andrà come andrà, io ho paura.
E resto intrappolata in quelle quattro mura, senza lasciarmi andare…provando a scherzare su quella mia indole di “scaccia dolcezza”, pur sapendo che non è quello che le mie lacrime gridano, che non è quello che i tuoi occhi meritano.
…e lotto a metà, perchè dagli errori si impara, perchè io continuo a sbagliare, perchè forse imparo solo a essere ciò che non sono…
…e lotto a metà, perchè così non voglio diventare, perchè quello che ho vissuto mi ha fatto troppo male…
…e lotto a metà, perchè il finale non lo voglio neanche immaginare…

Così…

Un gelsomino…

E senza chiedere nulla ottieni tutto.
Una mattinata unica, che si sveglia, con me, e apre gli occhi tra le tue braccia.
Una serata meravigliosa, che lentamente chiude gli occhi, e io con lei, al tuo fianco.
Certi momenti sembrano così perfetti da superare anche le più dolci fantasie, dici tu.
Certi momenti sono così perfetti, dico io.
Grazie per questo mese.
BPM, anche se non è come svegliarmi al tuo fianco e sussurrartelo.

A Te…

A pagina 15…

Se ti amo, io non lo so:

se soltando vedo il tuo volto,

se soltanto ti guardo negli occhi,

il mio cuore non soffre più pena;

sa Dio, come mi sento felice!

Se ti amo, io non lo so.

Se ti amo io non lo so.
J. W. Goethe

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