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Questa è la storia del pianeta Rodondo,
non così felice del suo esser rotondo!
I più penseranno alla sua vita come stellare,
d’altronde tutti nell’universo vorrebbero abitare.
Ma Rodondo non trovava così bello quel mondo,
che noioso doveva apparire
a chi tutto del cosmo dapeva già dire.
Se ancora qualcosa agli uomini non era dato sapere,
nulla esisteva che quel pianeta dovesse ancora vedere;
aveva così perso il dono della curiosità
a causa della troppa verità.
Rodondo allora desiderò scappare,
tra tutte quelle stelle non più stare.
Pettegole e un pò superbe,
lo stavano a guardare
senza che lui potesse decidere per sè che cosa fare.
Arrivò ben presto il giorno della fuga,
là dove lentamente la Via Lattea s’asciuga.
Scelse una dimora un pò fiabesca,
immerso in un cocktail a gusto di pesca.
In un bicchiere gigante volle soggiornare,
finchè il suo corpo a mollo potè stare.
Ma non fu facile abbandonare il sogno
di viver finalmente alla periferia di Codogno
e veder con gioia accanto a sè
pasticcini, dolci e tazze da thè.
A noi piace immaginarlo così,
anche se un triste giorno Rodondo morì.
Prima di scoppiare nel suo bicchiere però
qualcosa mormorò…
voleva ricordare a chi non ci pensa mai
che anche con tanto alcool non si risolvono i guai!
“Alla base dell’assunzione delle droghe, di tutte le droghe, anche del tabacco e dell’alcol, c’è da considerare se la vita offre un margine di senso sufficiente per giustificare tutta la fatica che si fa per vivere. Se questo senso non si dà, se non c’è neppure la prospettiva di poterlo reperire, se i giorni si succedono solo per distribuire insensatezza e dosi massicce di insignificanza, allora si va alla ricerca di qualche anestetico capace di renderci insensibili alla vita.”
U. Galimberti
L’ho letto, mi è piucito, l’ho riportato

E mi racconti di un posto che mi parla di Te.
Restiamo ancora qui in due
davanti a questo grande mare
ed aspettiamo che
passi a prenderci un treno
ma il nostro viaggio non ha meta
e non ha punti in cui lasciare
ti fa paura e mi domandi di restare
Restiamo ancora qui in due
davanti a questo muro bianco
scriviamo i nostri nomi
per essere eterni
ma arriverà l’inverno
e i nostri nomi
la pioggia prenderà
li porterà nel fango
e addio all’eternità
Restiamo e di notte riprende
la tua monotona e lenta regia
Ma restiamo ancora qui in due
davanti a questo grande sogno
e apriamo i nostri occhi
per dirci s’è vero o no
ma scivolando nella luce
questo sogno finirà
rinchiuso in una stanza
o perso dentro un bar
Restiamo ancora qui in due,
davanti c’è soltanto un’ombra
cerchiamo di spostarla
ma è troppo pesante
e non c’è niente per scalfire
un’ombra o per buttarla giù
da questa rupe che io guardo
e non c’è più
Restiamo e di notte riprende
la tua monotona e lenta regia
Sia specchio per i miei occhi.
Solo questo vi chiederò.
Non mentite, come uno specchio non sa fare.
E la semplicità scorrerà nelle vostre vite.
“…scrivi allora, libera l’artista
metti una canzone e scivolaci contro
lascia guidar la tua mano dalle note…”
L.N.

Utopia City, Andrea Pallacci
Avevano fatto l’amore molte altre volte prima di allora. Nella sua mente, quella di lei, nei momenti più liberi e selvaggi, quelli lasciati all’Istinto. E ogni volta, come la prima volta, tutto era perfetto e inaspettato, tutto dedicato al sentimento più puro che si possa provare: l’Amore. Era una sensazione strana quella di quella notte, fare l’amore con lui, ancora una volta, come la prima, come l’ultima, ma questa volta realmente. E fondere i ricordi di istanti mai realizzati e attimi nuovi, attimi in cui finalmente respirare il profumo della sua pelle, sentire le curve del suo corpo, quella barba, le pieghe del suo sorriso teso e concentrato nell’amarla.
Avevano fatto l’amore molte altre volte prima di allora. In una città che non esiste, in un luogo sconosciuto anche a loro. Una sensazione strana, quella della libertà più assoluta. Quella in cui si può passare una notte intera insieme, abbracciati, amandosi, senza alcuna promessa per il domani, senza che ci si debba inseguire per una seconda volta, senza che si debba scrivere un futuro insieme. Amarsi perché a quell’ora ci si sente sereni, perché a quell’ora tutti dormono, tranne i vostri istinti.
E chiamare tutto quello amore e mai sesso. Solo Amore.
Avevano fatto l’amore molte altre volte prima di allora. L’avevano fatto nelle loro teste, così, guardandosi negli occhi, stringendosi l’un l’altra, senza pretendere nulla e così ottenendo tutto. È una sensazione strana, il conoscersi così a fondo, senza sapere come muoversi rispetto alla realtà.
Poi arrivò quell’attimo in cui lei si rese conto che per alcuni l’oblio è l’unica salvezza. Per lui l’oblio arrivò quasi per caso, per gioco. Franò tutto, come la memoria fosse un palazzo di carte, un castello sensibile al vento di sentimenti burrascosi. Quando ti accorgi di non poter più desiderare di vivere senza respirare in favore dell’attimo in cui la stringerai nuovamente a te, facendola tua. Quando ti accorgi che dopo anni passati a fare l’amore con te nella sua testa, ora, respirando la tua pelle, lei lentamente si sta allontanando. La stai perdendo, senza un perché che non sia “così deve essere”. Forse la realtà è che lei non è per te, appartiene a un mondo bellissimo, ma a te proibito. Un mondo in cui l’amore non è sesso, ma è comunque un gioco. Un gioco dolce, passionale, caldo e morbido, istintivo e unico. Unico e per questo irripetibile.
Ma quanti avrebbero la forza di amarla così, come tu ami lei, con tutto te stesso, come fosse la prima volta che tieni tra le mani una donna, senza poter smettere di pregare che la vita ti chieda solo quello?
Tu non lo sai, puoi solo dimenticare, lasciandola tornare nel suo mondo, quello in cui farete l’amore per l’eternità, senza consumare la passione di quegli istanti, senza stancarvi di scoprirvi l’un l’altro, in una forma di amore eterno che certo non puoi afferrare.
Avrebbero fatto l’amore molte altre volte.
** Ascoltando Binario, meravigliosamente firmata Bersani
Mirò: la terra.
Ferrara, Palazzo dei Diamanti.
20 marzo 2008

Paysage au lapin et à la fleur, Joan Mirò
Quello che conta non è solo quale sia la tua idea.
E’ l’idea stessa.
Nata come squarcio nel cielo.
La rivoluzione di un mondo già scritto
in cui Tu sai vedere altro.
Quell’idea sarà la vera arte.
Non importa “quale” essa sia.
Questa è la difficoltà.
Tutti sappiamo dare forma alle cose.
Pochi, pochissimi, sanno dare forma alle idee.
Il dono della genialità si manifesta nell’arte.

Senza Titolo 2 , Andrea Pallacci
Ognuno ha il suo buffo modo di chiedere scusa.
Lui lo fece così: con quattro palloncini color della neve, graziosi batuffoli del fior del viburno.
Specie particolare, quel fiore. Così legato ai due, da ricordi passati, da confessioni di amicizia a mezza voce.
Ognuno ha il suo buffo modo di chiedere scusa.
Ognuno ha i suoi tempi per accettare quel buffo dono.
Fiori candidi come il sentimento dell’amicizia.
Fiori che si alzano leggeri, senza sentire il peso di un contrasto passato
aspettando una mano che li accetti serena.
Ognuno ha il suo buffo modo di chiedere scusa.
Lo fa così, quell’uomo nero.
In sogno.
Porgendo alla donna gatto un mazzo di fiori leggeri. Buffi anche loro.
Attendendo che lei allunghi la zampa furtiva, afferrandoli finalmente in pace.
Poi in un istante la situazione si ribaltò
e reale tornò.
Poi in un istante la donna gatto si svegliò,
e quel che il sogno le aveva sussurrato ricordò.
Fiori per te,
lo sai il perchè.
Loro due sono lontani e lui già lo sa,
questo un gran dispiacere le fa.
Magari bastasse un buffo dono
per chiedere davvero perdono.
Scusa a te.
…Nessuno può fermarmi quando mi accendo
Nessuno può capire quello che ho dentro
perché i consigli lo sai, non si ascoltano mai
e puoi seguire solo il tuo Istinto…
Scivolando lentamente in una specie di mania
paranoia pura-pura paranoia senza l’allegria
Come una spia che ti minaccia
sto perdendo il tempo e la mia faccia
Nessuno può fermarmi quando mi accendo
nessuno può capire quello che ho dentro
perché i consigli lo sai, non si ascoltano mai
e puoi seguire solo il tuo Istinto…
Scivolando lentamente in una specie di mania
paranoia pura-pura paranoia senza l’allegria
sto perdendo il tempo e la mia faccia…
Samuele Bersani
Quel desiderio di afferrare qualcosa che nasce in te per la bellezza di quello che puoi solo ascoltare, a occhi chiusi, a cuore aperto. Quell’emozione che nasce con la sua voce, con il perfetto accordo di strumenti diversi e bellissimi, che rendono ogni tuo movimento delicamente in pace con quella poesia fatta di note e parole.
E incredibilmente i pensieri che vorresti depositare su carta bianca si incastrano come pesci nella confezione di plastica di una manciata di lattine…soffocano e lottano, impossibilitate nel vincere un avversario più forte di loro: l’incanto.
Così resta inespressa la soffice bellezza di una serata come quella appena trascorsa…una serata con gli occhi fissi su quello spettacolo che ora solo i ricordi riportano alla luce con dolce malinconia, per istanti volati via con troppa fretta.
Ma se così non fosse nulla rimarrebbe ancorato con così tanta tenacia alla mia anima, nulla vorrebbe essere eterno o forse solo raggiungibile dalla mia mano tesa, nel vano tentativo di descrivere, con inchiostro indelebile, qualcosa che sfugge alla parola, qualcosa che altro non è se non Francesco De Gregori in concerto.
C’è chi si ricorda la storia di una caramella che non si sentiva mai bella?!?!…si dai,quella storiella in rima, di quelle che scivolano leggere senza che il peso delle parole si fermi sul cuore, come di quelle canzoni orecchiabili che tutti canticchiano, ma che nascondono un messaggio profondo sotto il bel ritmo di una chitarra, messaggio che forse per capirlo devi essere un vero fan del cantante, come un vero goloso delle caramelle.
Eppure le storie, ogni tanto cambiano…ehm…cioè se non ci si ricorda una parte, la si può inventare a chi la si racconta, tanto, come detto prima, non tutti sono attenti!oppure le storie cambiano perchè forse, anche se solo per poco tempo, per pochi istanti, cominciamo a ragionare sulla trama, sul finale che non ci soddisfa più, che pensiamo si possa cambiare in base al passare del tempo.
Quella caramella, stasera, si sente bella, senza un perchè. Infinitamente bella, mentre pettina i suoi capelli ormai già lunghi, senza più la voglia di tagliarli corti corti, anche se ciò sarebbe una vera delizia per chi aspetta il suo arrivo dopo una doccia, senza più l’impazienza di vederli, perfettamente asciutti e lisci, caderle senza rigore sulle spalle, pronti per essere intrappolati in una coda che non le dia noia. Quella coda che al momento opportuno la si scoglie per mettersi i capelli davanti, così che non facciamo vedere l’imbarazzo, il riso o le lacrime, anche quando la persona che le è davanti le sta dicendo che è proprio bella.
Stasera, con una delicata pazienza, continua a pettinarli, dopo che hanno subito shampoo1, shampoo 2 e balsamo, così che in macchina la genta possa chiedere: “albicocca?!”…”si, si sente vero?”
Sono attimi rari, per “la caramella che non si sente mai bella”, sensazioni fugaci che non le appartengono, lo sa, che la colgono sempre di sorpresa, quasi fossero intessuti di un’illusione velata.
E mentre canta, canta vita in silenzio, scordando distratta le parole nella bocca, non le importa di nulla, non le importa neanche di quello che vede allo specchio, quello stesso specchio che mentire non sa, che mentire non può e che al contrario di quello della strega cattiva non le direbbe che è seconda solo a Cenerentola o a una qualsiasi bionda. Non le importa nulla se non di quegli occhi, i suoi. Occhi di zucchero che le fanno credere che il mondo, per un istante infinitesimo, sia totalmente suo. Caramella ora bella, eterna bambina, nel cuore già donna.
Occhi non più bassi, non più nascosti. Brillano della luce di un complimento, di un’attenzione a lei dedicata e ora ricordata, che male non fa più.
La “caramella ora bella” sa che quello non è il suo destino, quella che lo specchio le mostra non è la sua anima, anche perchè gli specchi più di tutti, per loro natura, non mostrano altro che un’illusione. Ma per una sera le piace pensare di essere meravigliosa, anche così, anche solo per un istante di irreale bellezza.
Un istante solo, per poi tornare a nascondersi, legando quei capelli, legando quella donna riflessa nello specchio, la femminilità di una sera passata a giocare con sè.
E anche le parole tornano a scivolare leggere, infelici per l’impossibilità di cristallizzare una sensazione così effimera, una sensazione che avrebbe bisogno della fotografia fatta da un’altra persona, una vitalità di donna bambina, che solo poche volte si mostra alla luce..se non viene notata da chi le è di fronte…

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