You are currently browsing the monthly archive for Febbraio 2008.

Away from here, Andrea Pallacci
Versione rivisitata della splendida foto di Ruhe Von Hauge
Ci sono giorni in cui penso a Dio.
Ricerco la forza per credere che quel dito innocente indichi la sua via.
Ci sono giorni in cui mi aggrappo con tutto il mio peso a quell’illusione, a quella speranza.
E piango lacrime di “finta fede”, lacrime di angoscia, lacrime di smarrimento.
E in quegli istanti vorrei saper chiudere gli occhi, soffocare la bocca
alla mia coscienza e respirare un’illusione che non è mia.
Nei momenti bui sono debole,
Nei momenti bui ricerco lui.
Non sono ancora pronta per qualcosa che non sia semplice “bisogno”.
Non sono ancora pronta per amare senza riserve la vita.
Eppure rincorro quel dito,
Lontano, molto lontano, da tutto quello che vedo ora.
Chissa se Dio ha la forma di un aereo in un cielo di nuvole…

Andrea Pallacci, Red sky above
Immergetemi nella naftalina, sono una bambina.
Io resterò lì, io resterò così.
Dormendo sogni multicolori, o forse semplicemente
aspettando tempi migliori.
E mi sveglierò da quella naftalina non più bambina.
In un mondo diverso, forse meno complesso.
E forse dalla naftalina uscirò, e forse per sempre lì resterò…
Basta smettere di tornare a guardare
un mondo che sola non so cambiare,
per sentirmi un po più forte nonostante le poche forze.
Immergetemi nella naftalina,
così da restare sempre bambina.
Anche se forse qualche viso amico mi mancherà
devo proprio dire la verità.
Senza voce restano mute le ombre della tua vita.
Resta come un grido sordo,
senza voce e senza senso.
Perso in un buio che luce non trova.
E’ non dare libertà a un selvaggio istinto.
E’ non dare libero sfogo a quella maledetta rabbia,
a quella naturale paura che tutto resti così,
a quel timore di perderti in quella stanza che hai chiuso agli altri.
E fuori da quella porta restano orecchie in silenzio
percettibilmente tese nell’ascolto del tuo respiro.
Impotenti davanti a quella chiave che lì non gira
a quella chiave che solo tu possiedi,
e che ti separa da loro.
Ma loro restano lì,
in piedi, in silenzio, in affanno,
fuori da quella porta così spessa da non poter far altro
che immaginarti vivere.
Ma loro restano così: in ascolto di te.
L’attesa le premierà. – Forse -
Progetti di vita
C’è chi sa creare dal nulla, c’è chi sa farlo prendendo un foglio, una biro e qualche amico.
Basta scrivere una frase, poco importa quale: il senso verrà da sè.
E il foglio si riempie della nostre frasi, delle nostre bizzarre idee che a turno creano mondi fantastici, vite nuove e sempre diverse.
Nel Congo, in un ospedale colorato o tra assonanze cacofoniche che metton tanta allegria.
Cooming Soon: le opere di un gruppo di amici comunicatori alle prese con un foglio bianco.
Giorni pensierosi…non per me, o forse sì…la verità è che mi alzo ogni giorno correndo incontro al mondo, senza un attimo di pace. E nelle pagine di quel mondo che vivo, quello che si racconta da una finistra di pagina stampata, vedo la vita vera. E, improvvisamente, leggere il giornale diventa un pò più difficile, un pò più doloroso.
Per una società in cui non mi riconosco, in cui sembra ci piaccia scandalizzarci per nulla e provare indifferenza al tutto.
Per una politica in cui si è troppo impegnati a difendere i proprio conti, senza pensare che i conti qui in Italia proprio non tornano.
Per il nuovo fenomeno mediatico del momento, che sia un assassino o una vittima poco importa.
Per una Chiesa che non capisco, da cui mi allontano pur non essendole mai stata vicino.
Per certi diritti violati, mai riconosciuti.
Per certi doveri che non possono essere taciuti.
Per me, per la mia vita che scorre comunque…senza lottare, potendo solo pensare che io non ci vorrei stare stare lì, in tutti quegli orrori, sognando un mondo diverso. Cancellare tutto e riniziare da capo, con la presunzione che distruggere tutto sia preferibile a questo “tutto” che leggo tra le righe di un quotidiano all’odor di catrame. Eppure non è passato giorno in cui non ci sia stata dentro, immersa fino al collo, immersa completamente in questa società fino a non respirare. Senza muovere neanche un dito, annichilita dalla quotidianità delle ingiustizie, imprigionata da una vita comoda che non mi ha mai chiesto di lottare per uscirne, per liberarmi.
Eppure dovrei.
Eppur vorrei.
Se non per me, almeno per loro.
Leggo il giornale e penso che non c’è mai fine al dolore di questa Italia. Di questo mondo.
Leggo e un’amara tristezza fa nascere una risata di ironica incredulità.
Scrivo sorda le parole per una musica che non sento…
Menti solo a chi occhi non ha
senza comprendere l’effetto che fa…
il capriccio di un riccio
in un mondo tutto diverso,
il più delle volte complesso.
Se quella bugia la potessi dire
un pò di dolore sapresti lenire.
Ma uno specchio segreti non ha,
perchè sa solo mostrare la verità.
Un giorno un piccolo uomo davanti a lui si presentò
e senza vergogna nudo si mostrò,
chiedendo un regalo a quello specchio
che lo mostrava sempre più vecchio.
Lo specchio allora acconsentì,
e per sempre nel nulla sparì.
Scelse di sparire senza spiegare,
cosa quel dono volesse significare.
Forse pensando che nella propria immagine nessuno si vuole fissare,
per poter sempre continuare a sognare.
Essere belli o brutti allora non ebbe più importanza
perchè ciò che contava era la speranza
che ognuno ritrovasse un giorno in un riflesso
quello che chiamano “se stesso”.
Speranza vana o forse vitale
per chi in quello specchio si vede male.
Speranza mai avuta
da chi guarda con voce muta
assaporando così i lineamenti
dei propri sentimenti.
Ma c’è chi ancora in quell’attività
ritrova solo una vanità
che fa soltanto sperare di vedersi belli
anche se con gli anni cadon capelli.
La verità sul destino di quello specchio
non la seppe neanche il nostro vecchio
che certo non voleva farlo sparire
ma solo “bello” apparire.
Lo so, lo so…non era la filastrocca che ti aspettavi!
Ho pensato che per quanto tu ci creda, l’amicizia resta qualcosa che solo pochi sanno rispettare.
I rapporti si consumano, i rapporti si spengono, svaniscono nel nulla.
Credo non abbia poi importanza quanto ti dai, quanto tu creda in quella forma d’amore eterna che lega la tua vita a quella degli altri, quanto tu ti scopra fragile ai loro occhi.
Qualcosa ti ferisce, sempre e comunque.
E’ così. Non c’è niente da aggiungere.
Sono pochi attimi quelli in cui ritrovo chi non mi ha mai lasciato.
Sono pochi istanti quelli in cui mi ritrovo a stupirmi per qualcuno che sa ancora regalarmi un’emozione inaspettata.
Sono molti, moltissimi i minuti che passo a chiedermi perchè sia così difficile da capire quello che sento, quella sorda paura di restare sola, di essere abbandonata anche da chi diceva che no, non sarebbe mai scomparso dalla mia vita senza un motivo.
Sono troppi i giorni che passano con l’idea di essere stata ferita.
Quanto risuonano come vane parole quelle dette da chi amico non sa esserlo.
Rimbombano come non esistesse rumore più sordo.
In Ascolto: Your ex-lover is dead
Stars
20 e 20 fan quaranta, se ti aggiungi anche tu siamo a 60.
Le nostre vite sommate in una semplice addizione.
Le nostre vite raccontate così: come quando tre amici, di quelli che si conosco da una vita, si ritrovano in una stanza.
Le nostre tre vite racchiuse tra quattro mura, mura che ne hanno sentite tante, che ne hanno vissute altrattante.
E scendono lacrime e scappano sorrisi: perchè in quella stanza c’è chi sulle proprie paure ride, chi invece non riesce a fare a meno di piangere su un’amara verità.
Ma sempre insieme, sempre e comunque.
Noi tre ci saremo. E ricorderemo il passato che ci lega, che ci strappa un buffo ricordo, e lotteremo con il presente senza smettere di costruire il futuro.
Con i nostri vent’anni ormai conclusi.
Con la malinconica sensazione di essere uomini e donne, e non più bambini.
Con la consapevole nostalgia di giorni leggeri, in cui al nostro dolore proprio non si pensava. Forse perchè non esisteva.
E chi l’avrebbe mai detto, in quei lontani anni dell’adolescenza, quelli in cui il sabato pomeriggio non si può passare in casa, che noi ci saremmo ritrovati così…distanti dalla spensieratezza di quei giorni, ma sempre e comunque noi.
E i vent’anni ci scoprono così: con i nostri scheletri nell’armadio, con quei segreti inconfessabili, con quella voglia di mollare tutto e andare, con quella voglia di restare.
E i vent’anni ci colgono così: tre amici, tre vite, tre ombre e tre luci.
Che da soli sono solo 20, ma insieme diventano 60. Con un sorriso, anche se dentro siamo tutti soli.
Anche se poi i tuoi problemi non li risolve nessuno.
E tu lo sai, sai che non sarebbe neanche giusto che qualcuno lo facesse.
Grazie ad Andrea, il mio rospo.
Grazie a Sara, occhi di terra.
Ascolto quelle canzoni che sono nodi nei nostri fili, nelle nostre vite che si intrecciano così, con una naturalezza che mi sorprende. E trovo che le nostre anime siano così affini da crederle lo spaccato di una stessa materia. E mi chiedo fino a che istante avrò la possibilità di viverti così, come sto facendo -con avidità- ora. E mi sembra di assorbire da te il bello di ogni istante insieme, di ogni risata che mi regali, senza difficoltà. E mi ritrovo a pensarti, a ricordare frivoli momenti insieme, a ricordare discorsi importanti, sorrisi, sguardi d’intesa, sguardi d’incomprensione, provocazioni, scherzi, prese in giro. E mi stupisco di quanto tu mi abbia regalato senza pretendere nulla in cambio, se non che fossi me stessa. E mi ritrovo a pensarti, a chiamarti, a raccontarti cose strane perché tu ti stupisca con me, a raccontarti cose ridicole perché tu rida con me, a raccontarti cose belle perché tu gioisca con me. E mi ritrovo in assenza di te, mi ritrovo a convivere con la tua mancanza, e non mi quieto, non mi accendo. E mi preoccupo di poterti vedere lontano, di poterti ferire. E vorrei sapere cosa fare, cosa dire, come agire. E vorrei…vorrei capire come sei…e mi preoccupo di non conoscerti, mi preoccupo di non capirti. E mi sorprendo di quanto ti conosca, e mi sorprendo di quanto ti capisca, e mi sorprendo di noi.
E ripenso a quelle note che mi ricordano di te, penso a quegli istanti rubati, sempre troppo brevi. Penso a quello che gli altri non sanno capire, a quello che io ho imparato con il tempo a difendere da tutto.
E ti stringo tra le braccia, e ti afferro la mano, perché tu mi tenga a galla, perché tu mi salvi da questo grande mare dove tutto gira troppo veloce. Ma non ti chiedo di salvarmi, la mia voce non ti arriva perchè io non riesco ancora a gridarlo quello che ho dentro. Eppure tu resti con me, ti bagni di quell’acqua che mi arriva alla gola impedendomi di respirare; lo fai senza pensare che potrebbe travolgere anche te.
E io non lo so accettare, non ne ho la forza, forse. Perché so che il mio grazie non potrebbe bastare, so che il mio essere non potrebbe darti la felicità che meriteresti.
Ma ci provo, ci provo ogni giorno da quando ti conosco a cambiare, a crederci con una nuova forza, quella che tu mi doni, a difendere la promessa fatta, a viverti senza la paura di perderti.
A vivere senza paura.
Punto.
Perché sta notte ci siamo solo noi, perché stanotte ho calato ogni difesa.
Perché nessuno si è mai avvicinato così tanto alla luce della vera “me”.
Perché tenerti così vicino non fa male.
Perché quel mare di bene è profondo fino al cuore della Terra.
E nella solitudine dei miei pensieri.
Nella solitudine delle mie giornate,
esco al sole di una mattinata calda,
desiderando restare esattamente dove sono,
perchè la mia chitarra resti l’unica voce a cui aggrapparmi.
Non conta sperare di incrociare occhi amici che mancano alla mia felicità.
Anche rivederli fa male.
Continuo ad assorbire le vostre lacrime,
e non so trovare una salvezza al vostro dolore,
dal vostro dolore.
E posso solo affidare a una canzone
tutto quello che il mio cuore non riesce a piangere.
Una canzone muta che suona solo per me.

Commenti Recenti