A Francesco.
“Com’era questo film?”
Averlo guardato, il film. Mi sono nascosta, sì. Ho avuto paura, ho pianto ingenuamente. Poi sono uscita dalla sala e mi sono rimmersa nei miei pensieri.
In questi pensieri. In un pensiero.
Cosa può voler dire capire le vite degli altri?
Da piccola facevo un gioco.
Immaginavo esistesse un bellissimo palazzo, nel palazzo milioni di stanze, o meglio ancora finestre. Ogni finestra era un mondo. E io ero lì, camminavo in un lungo corridoio disseminato di stanze, di esperienze. E io le aprivo tutte, a una ad una, e così facendo sognavo di potermi immergere nelle più strane, belle o terrorizzanti emozioni. Volevo capire. Capire cosa volesse dire essere qualcun’altro: avere paura, essere realmente felice o più stupidamente rompersi un braccio, essere ricchissima o non esserlo. Volevo vivere la vita, volevo viverne mille di vite.
Avevo grandi sogni, grandi illusioni e un pò di paura.
Così immaginavo che da ogni stanza, da ogni finestra si potesse entrare o uscire quando più si desiderava, speravo che il dolore potesse comunque durare solo qualche istante, che la gioia di giocare in un giardino fiorito, invece, si protraesse per l’eternità.
Dio che gioco meraviglioso.
Poi sono cresciuta. A quel gioco ancora ci penso, con nostalgia, con rassegnazione e con un profondo desiderio irrealizzato. Allora ci credevo davvero, ora quello che mi resta cos’è?
Vorrei tornare indietro, o forse vorrei non crescere. Vorrei che la vita non me lo chiedesse. Non più.
Passano gli anni e i miei occhi si aprono. Come quelli dei neonati, si schiudono a una vita che non assomiglia proprio a quel palazzo, che non assomiglia al giardino in cui sognavo di giocare, a quella gioia impalpabile che potevo finalmente afferare.
No. Non c’è nulla di tutto questo.
C’è chi ha tutto. Io sono così. Non l’ho scelto. Non l’ho voluto. Ma non lo rinnego. Tutto quello che la vita poteva donarmi è qui nella miei mani, è qui perchè i miei occhi ci si possano posare.
Ma non sono felice.
Ho imparato a leggere. Ho letto: l’essenziale è invisibile agli occhi, lo diceva una piccola volpe.
Se mi chiedessero cosa mi manca saprei rispondere. Forse dovrei accontentarmi. Eppure saprei rispondere.
Egosimo?
Forse.
Qualcosa manca. E’ una lunga, lunghissima strada. Una via che non mostro quasi a nessuno, che si può impercettibilmente ritrovare nei miei occhi, nelle mie paure, sotto la mia pelle.
Quello che ho? Ho tutto. Una famiglia che amo, che mi ama. Una vita che non tutti possono dare per scontata.
E poi? Poi cosa mi resta?
Ricordati. Ricordati che l’essenziale è invisibile agli occhi. Che utopia penserai. Che prospettiva fasulla.
Tu sei stanco. Io lo vedo, io lo sento. Sei stanco di lottare contro una vita che non meriti.
Ti capisco. Sono entrata in tante stanze, anche se solo con il pensiero. Ho accompagnato per mano tante persone amate nella loro, di stanza. Mi ci sono sentita stretta, tante, così tante volte, che ormai non conto le lacrime.
Se potessi restare bambina continuerei il mio sogno, il mio gioco. Immaginerei di poter entrare in quelle vite non solo come spettatrice assente, come partecipante cieca di quel dolore, di quelle ingiustizie. Le cambierei le cose, sì, le cambierei.
Ma la vita mi chiede di crescere e io non posso scegliere. Io non posso più giocare.
Mi chiedo che cosa posso fare allora…io posso ascoltare. Ma un dialogo sordo ha qualche valore?
Forse hai ragione. Forse non ne ha. Forse nulla di quello che provo nè ha.
Lo dico senza armi. Lo dico senza attacchi. Lo penso, questo sì. Lo penso tristemente.
E rimani così, con domande a cui non so rispondere, con domande che non calzano addosso al mio vestito.
E tu così. Con cruda verità mi dici come stanno le cose.
E io così. Delusa da me.
Da me che so solo ascoltare un dialogo sordo.

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