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Andrea P. L’invidia è la brutta bestia
Alzi lo sguardo verso quella nuvola color porpora e vorresti fuggire. Sogni che lassù ci sia quello che cerchi da sempre. Sogni che esista un cielo, lontano dalla terra, dove il sorriso sia più vero, la gioia più grande, l’amore più forte. Sogni di volare per scappare da un mondo che ti fa paura, da un mondo in cui non vuoi più svegliarti. E invidi quella nuvola rossa che fiera staglia le sue ali nel buio di una notte per te troppo lunga. E allunghi lo sguardo all’orizzonte, lo tendi all’infinito nella speranza che un giorno tu possa lasciarti andare senza cadere, ma volare.
E nella notte ci sei tu, distinta figura arrampicata sulle tue illusioni, ci sono loro, simbolo di quello che vuoi ma non hai, segno della tua volontà di cambiare, del tuo rifiuto per un mondo rosso solo di sangue. Vuoi scappare, prima che quel sangue sia anche il tuo.
E poi c’è lui: sagoma nitida nel rosso della notte. Piange lacrime cupe come la sua ombra arrampicata nel cielo. E sai bene che la sua non è invidia per un volo negato, lui potrebbe aprire le ali, ma non lo farà. Almeno non più. E sai che la sua invidia nasce dalla disillusione per un sogno sfiorito, per un cielo già scrutato, per una vita, quella che tu sogni e che anche lui un tempo desiderava, che non esiste. Per quel luogo che vive solo nelle vostre anime. Invidia per chi ancora può “credere”. E quella nuvola di porpora non lo sa, non sa ancora che un giorno si ritroverà al suo posto, che un giorno si sveglierà nell’intenso blu della notte e, arrampicata nel cielo, guarderà altre nuvole, più splendenti e forti e giovani, senza riuscire a prendere sonno. E, guardando, ricorderà i giorni in cui anche lei volava alta nel cielo, credendo che quell’uccello nero come il nulla altro non provasse che semplice invidia per la sua fierezza.
E, vergognandosi un po’ per quel pensiero superbo, continuerà a sognare l’orizzonte.
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Il Bacio, F. Hayez. La nazione dipinta, Palazzo Te
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Il bacio
Fugge via il nostro amore.
E leggo nelle tue labbra il desiderio
di scappare via con lui.
Non hai il coraggio, debole figura,
di vivere appieno il peso di questo segreto.
Di un amore che non può vivere che di luce riflessa.
E le rughe della tua anima contano
gli anni passati nelle buie stanze di un
mondo a noi sempre straniero.
E non c’è memoria, perché non c’è un noi.
E non c’è vita perché non c’è aria, ne luce, ne notte.
Non c’è nulla per due amanti come noi,
nulla se non un segreto amore. Nulla.
Ci siamo solo noi, stretti così, uno all’altra, in un Bacio.
Il bacio.
La nazione dipinta. Palazzo Te.
Il risorgimento italiano.
14 ottobre 2007: un pomeriggio tra le stanze di un palazzo, un pomeriggio tra ottanta quadri, un pomeriggio nella storia italiana.
E mi chiedo: chissà se avrebbero voluto questo. 1861. 2007. Così tante cose diverse ma così pochi passi avanti, almeno nei miei occhi.
“E mentre tu continui ad invecchiare
con i giovani di oggi che non riesci più a capire
che se ne fregano persino del tuo impegno sindacale
e cantano “Dio salvi la regina, fascista e borghese”
E mentre tu continui ad invecchiare
tua figlia sta con quell’idiota che non può vedere
lei dice che sei prevenuto e che non vuoi capire
e forse avrà ragione lei, chi lo potrà mai dire
Ma intanto tu continui ad invecchiare
sempre convinto che gli anni migliori debbano ancora venire
e che le leggi sopra il concordato si possono abrogare
e intanto Marta è andata ad iscrivere la bambina dalle Orsoline…
E così il tg scorre i suoi titoli e ancora sento parlare di opposizione, di scandali, di privilegi, di truffe e di ingiustizie sociali. Di nord e di sud, di pensioni, di deficit, di tasse e di omicidi. Tante volte sento perdere il reale punto di vista sulle cose, sento sprecare tempo, tanto tempo. Un’Italia da cui fuggire, un paese in cui pochi al giorno d’oggi vogliono credere, sognare. Un paese in cui ancora si perde tempo a litigare, senza un perché.
…E mentre tu continui ad invecchiare lentamente
il mondo gira sempre più veloce e non si può fermare
sei tu che devi accelerare amico lui non ti può aspettare
e questo purtroppo signori è uno dei piccoli difetti dell’industrializzazione
E intanto tu continui ad invecchiare cordialmente
sì cordialmente
con la pacca sulle spalle del tuo bravo direttore
che la pensa esattamente come te sopra i problemi di politica generale
c’è solo un piccolo accento diverso per quello che riguarda
la gravità del problema della disoccupazione: suo figlio ha un
impiego statale e il tuo non trova da lavorare…
E mi chiedo se sono solo io a vedere nell’ideale di fine ottocento, quello di unione e democrazia per il nostro paese, qualcosa di eccessivamente romantico, lontano dalla sporca politica di adesso e dall’opportunismo egoistico che spinge un po’ tutti a farsi i comodi propri. Ma diciamo che una risposta non me la voglio dare, ho bisogno di credere così: di pensare che quel giorno, nel 1861, ci fosse qualcosa di profondo a unirci. Perché oggi più che mai vedo un’Italia spaccata dalle divisioni, sciupata dai debiti e da tante, troppe, parole senza fine. E sento la gente parlare e dire che non andrà a votare, che nel partito democratico non crede poi molto, perché “…quando sono sulla poltrona fanno sempre e comunque tutti i comodi propri. Il denaro cambia molte cose…”.
…Ma tu continua pure ad invecchiare, convinto, sì convinto
convinto che il partito è l’unica soluzione
ma che rivoluzione e rivoluzione
è ormai banale quella
la lotta oggi va condotta col partito all’interno delle strutture
perché il partito ti può aiutare
perché il partito ti può garantire
perché il partito è una conquista sociale
perché il partito è un’istituzione
ma che rivoluzione e rivoluzione, riforme ci vogliono, riforme
sanitarie, agrarie, tributarie, fiscale, sociale
Ambarabaciccicoccò tre civette sul comò
che facevano l’amore con la gatta del dottore tre partiti sul comò
che facevano l’amore con l’abc del professore
coro: SCEMO, SCEMO, SCEMO…”**
E credo che a vent’anni vorrei pensarla diversamente, vorrei poterci credere ancora in una figura che riporti il paese alla vita, ma il mio pensiero non riesce a discostarsi sensibilmente dal loro. E so anche perché…
1861. 2007. E così che l’avevano sognata questa Italia??
**Vasco Rossi, Ambarabbaccicciccò, 1978

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